Non sono una donna coraggiosa. Sono una ragazza confusa, pigra, e spaventata.
Sono esattamente cinque anni che non ho "fissa dimora". Riesco ad avere in una stessa città anche più case. Non mi piace l'idea di stabilirmi in nessun posto per sempre, non sono capace di portare a termine nulla, mi annoio subito di qualsiasi cosa. Non so cosa voglia. Non ho capito cosa mi piaccia fare, e cosa voglia fare da grande. La questione poi diventa più seria se penso che ho quasi ventisette anni. Mi viene l'ansia alla proposta di contratto a tempo indeterminato.
IN-DE-TER-MI-NA-TO.
Lo chiamassero contratto a "finché dura fa verdura"! Non riesco nemmeno a considerare l'idea di fare un contratto con una compagnia telefonica: contratto di un anno. E che ne so io dove sono tra un anno? Di solito duro sei mesi! Fondamentalmente non voglio crescere. Assumermi responsabilità. E quanta ipocrisia quando dico di volere una famiglia, un marito e dei figli. Gli ultimi, soprattutto, sono "finché morte non ci separi".
Sono a Londra, da tre mesi ormai. "Sei proprio coraggiosa!" "Non è facile fare quello che fai! Da sola, lontana, io non so se ci riuscirei." Beh, personalmente io trovo più coraggiosi quelli che riescono a stare in un solo posto per tutta la vita, quelli che riescono ad accontentarsi, lamentandosi, a volte non rendendosi nemmeno troppo conto di quanto la loro routine sia ridondante. Ma sono i miei eroi! E non sono ironica!!
Mi sono sempre sentita un po' fiera di questo mio girovagare, di questa forza che ho nel prendere e partire. Mi rendo conto che io non so stare. Mi sono data una condanna, una maledizione: la donna errante. Ovunque mi trovi, dopo poco, costruisco relazioni profonde. So che in qualche modo cambio, stravolgo, e, a volte, miglioro la vita di alcune persone, per poi vederle andare da sole "con le loro gambe", lamentarmi per essere rimasta allo stesso punto, e averli poi abbandonati cambiando città. Come una bambina incrocio le braccia e faccio l'offesa, perché se da una parte sono felice per la rinascita di qualcuno, dall'altra mi sento usata e abbandonata. E la cosa più spettacolare è che sono proprio io ad aver messo a disposizione tutta me stessa.
Quando parlo di relazioni profonde, non parlo di relazioni sentimentali. O meglio, anche in questo caso tendo ad avere medio-brevi relazioni, con casi umani, che raccolgo dal ciglio della strada, generalmente dopo la fine di una relazione (che di norma coincide anche con la mia). Li faccio stare bene, si parte a razzo e anche qui, dopo che ho risistemato l'altrui ego, tanti cari saluti. Ma non i miei, i loro. Ma tutto sommato, io che responsabilità ho? Scelgo persone che so che non mi potranno dare un futuro a tempo indeterminato. Persone instabili. E, soprattutto, ragazzi che non vivono mai nella mia stessa città. E se ci vivono, sono originari di altri posti a cui faranno ritorno di lì a breve.
"E' che la metà della mela mica è detto che debba vivere alla porta affianco, quello significa accontentarsi!" Stronzate, mi rispondo. Quello che faccio io significa non volere una relazione. Significa avere un motivo esterno per non affrontare realmente la possibilità di averla sin dall'inizio. E dico e ridico di volere un marito e una famiglia! E mi lamento perché scelgo gli uomini sbagliati, uomini che non mi amano davvero.
Fondamentalmente mi lamento perché mi lamento, sempre. Non mi sta mai bene niente. Cambio idea così come cambia il tempo all' Equatore. Una lagna, una sirena, ma vi rendete conto di quanto mi sia lamentata sempre, anche solo in questo blog? Sono una vittima. La vittima perfetta: quella che ti fa sentire carnefice, quella che diventa carnefice nel farti sentire tale e ridurti a vittima. Sono vittima di me stessa, del mio fottuto modo d'essere. A volte mi chiedo scusa, mi prometto un sacco di belle cose, mi racconto che sarò diversa, che cambierò, che sono innamorata di me, che vengo per prima. Oh, precisa alle minchiate che mi sento dire dagli uomini con cui sono stata! E poi me ne
LA-MEN-TO!
Ma. Ma se fossi così e basta? Se fosse che viaggiare e vivere in giro facesse semplicemente parte di me? Se smettessi di chiedermi sempre "perché", iniziassi a chiedermi invece "come sto"? Forse il mio modo di errare diventerebbe meno repentino, mi spaventerei di meno delle relazioni stesse, penserei di meno, accetterei le cose così come vengono, con progetti minimi per trovarmi in progetti enormi (lavoro-casa-famiglia) senza averli troppo elaborati; svegliarsi una mattina e realizzare quanto fatto "Miseria ladra, guarda dove sono arrivata!" (ok, ok. Ho esagerato, io non direi "Miseria ladra"). Se iniziassi a godere dei posti in cui vivo, del modo in cui mi so adattare ed accrescere da ogni singola esperienza? Se provassi a sentirmi fiera dei sorrisi che ho regalato, e a non provare invidia per quel che hanno e quel che io ancora non ho. Ad accettare l'evolversi delle relazioni, che non possono sempre essere come sono iniziate. Se cercassi, semplicemente, di avere meno paura di essere felice, ad affezionarmi all'idea di non lamentarmi? Lamentarsi è un atto scaramantico, fondamentalmente infantile, che dà origine ad comportamenti ossesivo- compulsivi, come se fossero riti. A volte ti lamenti, sei negativo, con la sola e pura speranza che la realtà ti sorprenda e che non vada come credi. Perché se invece va davvero male, è doppiamente difficile perdonare a se stessi di averci creduto.
Se iniziassi davvero a fare, invece che solo a dire, a pensare?
Se cominciassi a voler crescere?
... Fanculo, Sara. Vai a dormire!!
"A un tale che esprimeva questa stessa lamentela Socrate disse: “Perché ti stupisci, se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano”. A che può giovare vedere nuovi paesi? A che serve conoscere città e luoghi diversi? E’ uno sballottamento che sfocia nel vuoto. Domandi come mai questa fuga non ti è utile? Tu fuggi con te stesso. Devi deporre il fardello che grava sul tuo animo, altrimenti prima non ti piacerà alcun luogo.
[...] Vai di qua e di là per scuotere il peso che ti sta addosso e che diventa ancor più fastidioso in conseguenza della tua stessa agitazione. Analogamente su una nave i pesi ben stabili premono di meno, mentre i carichi che si spostano, rollando in modo diseguale, mandano più rapidamente a fondo quella parte su cui essi gravano. Qualunque cosa tu faccia, la fai contro di te e con lo stesso movimento ti arrechi un danno: infatti stai scuotendo un ammalato. Ma quando ti sarai liberato da questo male, qualsiasi cambiamento di località diverrà un piacere. Ti releghino pure nelle terre più lontane; ebbene, in qualsivoglia cantuccio di terra barbara in cui ti troverai per forza ad abitare, quella sede, qualche che sia, ti sarà ospitale. Più che la meta del tuo viaggio importa lo spirito con cui l’hai raggiunta, e pertanto non dobbiamo subordinare il nostro animo ad alcun luogo. Bisogna vivere con questa convinzione: “Non sono nato per un solo cantuccio di terra, la mia patria è l’universo intero”. Se questo concetto ti fosse trasparente, non ti meraviglieresti di non trovare alcun conforto nella varietà delle regioni in cui di bel nuovo di rechi per la noia delle precedenti. Infatti ti sarebbe piaciuta la prima in cui saresti capitato, e poi anche di volta in volta avresti gradito le successive, se avessi considerato ciascuna come interamente tua. Ora non viaggi, ma erri e ti lasci trasportare, passi da una località all’altra, benché ciò che cerchi, il vivere secondo virtù, si trovi in altro luogo.
[...] E’ il momento di finire, ma non prima di avere pagato il pedaggio. “Inizio di salute è la consapevolezza dell’errore commesso”. Mi sembra che Epicuro abbia espresso in modo egregio questo pensiero; infatti, chi non sa di sbagliare, non vuole neppure correggersi; conviene dunque che tu ti sorprenda in errore prima di cominciare a correggerti. Alcuni si vantano dei propri difetti: pensi che abbia in mente qualche rimedio chi annovera i suoi difetti tra le virtù? Orbene, per quanto tu puoi, metti te stesso in stato di accusa, inquisisciti, sostieni prima il ruolo di accusatore, poi di giudice, e da ultimo, di difensore. Talvolta sii duro con te stesso. Stammi bene."
Tratto dalle Epistulae morales ad Lucilium, Liber Tertius, epistula XXVIII, Seneca; la traduzione in italiano è di Fernando Solinas

Io che dovrei dì che ho sempre avuto il desiderio di scappare da tutto e tutti e mai il coraggio di metterlo in atto perchè mi fotto di paura a stare sola?? ma questo già lo sai...però se torni io sn sempre contenta xkè te amo!!
RispondiEliminaa proposito...quando torni? :*
cheer up!
who knows!!
RispondiEliminaforse siamo due estremi e come sempre in media stat virtus...!
Però se vieni a trovarmi, 'sta casa spetta atte! e a Pacr. muovetevi!!!!