... e per fortuna ce li ho anch'io. Questione di DNA.

mercoledì 28 luglio 2010

dice che quest'anno vanno di moda i peli.


Donne (e 'omini che grazieadio vi cerettate, nel caso abbiate uno scempio di peli, in quel posto lì dietro al collo, sulla schiena... brrrr) abbiamo finito di piangere, di spendere soldi e tempo per cerettarnos.
Perchè il massimo del nonsense ora sarebbe comprare capi come quelli che vi sto per proporre, e, oltretutto, indossarli solo dopo adeguata depilazione. Ma che davero davero??? Io non me li levo più! Tempo un mese e sono al top della legge ora dettata dalla moda.



Ma non è finita. Per gli amanti del vero trash (come se quello qui sopra non fosse abbastanza) abbiamo anche un'altra soluzione: il tatuaggio. Quella che segue è un'idea che dire geniale è immensamente riduttivo. Cioè, è... è.... eh.
Perchè non mi è mai venuto in mente? Perchè?


"Non posso farmi i peli, perderebbe di senso il tatuaggio, ti pare?"
Ché poi sulla stessa filosofia di pensiero con un po' di amiche si ragionava sulla pontenzialità di tatuaggi del genere, per risolvere altri noiosi problemi.
Ad esempio, si potrebbe eliminare anche il problema della
pelle a buccia d'arancia: ti tatui uno mini primer, così puoi offrire spremute durante l'intimità;
cellulite: un soldato che striscia cercando di evitare le mine; una simpatica gru che scava buche; un omino che schiaccia l'uva (sempre per offrire spremute d'uva... hem, vino?)
Potrei andare avanti all'infinito, ma sono le 11.00 di sera e devo andare a fare la spesa, prima che mi chiuda il negozio sotto casa.

martedì 27 luglio 2010

a pensar male si fa peccato, ma spesso... ci si sbaglia.


Dopo un pomeriggio passato in uno studio legale penale, a trovare un po' di vecchi amici, e dove, soprattutto, ho sentito parlare per tutto il tempo di un di infermiere (lì presente), indagato per violenza sessuale nei confronti di una paziente ricoverata al reparto neuropsichiatrico, me ne esco con l'aria di chi tutto sommato a queste cose ormai ci ha fatto l'abitudine. In fondo queste cose succedono. Soprattutto se giri da sola, in certi posti, a certe ore e infatti io non mi vado mica a mettere in certe situazioni.
Vorrei sottolineare che il giorno in questione era il 10 maggio 2010, alle ore 17 circa. A Roma, in pieno centro storico.
Arrivo alla macchina, quella parcheggiata accanto alla mia aveva attacato un bigliettino con su scritto: "Complimenti! Bel parcheggio di merda, stronzo." Controllo la mia. Niente messaggi. Davvero strano. Beh, comunque peccato.
Salgo. Si infila, quasi correndo, il lava vetri del semaforo lì di fianco, incastrandosi tra la mia e l'altra macchina. Abbasso il finestrino:
"Ehm... sì?"
"Ciao! Io lava te vetro?"
"No, grazie."
"Sì, io lava!"
"No, tanto poi piove."
"No piove, Sole ora!"
"Eh, ma prima o poi pioverà." Lava il vetro.
"Di dove sei tu?"
"Scusa ora devo andare però, se ti levi..."
"No, io fare te domande. Di dove sei?"
"Poi ti levi?"
"Sì."
"Di Roma."
"E vivi qui?"
"No, a Milano. Ora se non ti levi ti passo con la ruota sui piedi, però."
"No." Mette una mano sul finestrino per non farmelo alzare. "Tu fidanzata?" "[ODDIOCHEFFISSAZIONESTADOMANDA e con oggi siamo a 4!!!] Sì. SIETE CONTENTI ORA? Sì."
"...Contenti???"
"No, niente."
"E sei sposata? Hai figli?"
"[CERTO CHE MIA NONNA PROPRIO PARLA CON TUTTI EH?!] NO."
"Tu bella, tu fa vedere me occhi, leva occhiale! Tu prende pillola?"
"[ma tu pensa, che carino! Si informa, così se mi violenta non rimango incinta.] No."
"Io chieder...
  • S1: Ecco Sara, così impari a non prenderlo a sportellate subito.
  • S2: Ma su, vuole solo fare il simpatico, niente panico.
  • S3: Ah, niente panico? E l'altra sera allora che hai corso come una pazza nel parcheggio a casa di Cini, perchè c'erano quei due in macchina che ti chiamavano e ti sei cagata addosso?
  • S4: Eh beh... con quella minigonna da troia!
  • S2: Ecco il giudizio maschilista. Fanculo! Io mi vesto come cazzo mi pare e nessuno per questo deve pensare SONO QUI VIOLENTAMI PURE.
  • S1: AHHHHHH SCUSATEEEEEEE!!!! VI PARE IL CASO DI INTAVOLARE ORA UN DIBATTITO SUL FEMMINISMO??? IO VOGLIO USCIRE DA QUESTO CAZZO DI PARCHEGG...
...me pillola?"
"Scusa?"
"Sì, tu può dare me pillola?"
"A parte che non ce l'ho e poi no. Ma scusa, a che ti serve?"
"Per mia ragazza. Ma le no qua, lei a Turchia. Ma le già uno mese. Tu può portare me pillola domani?"
"...no... devi andare da un ginecologo, ma non tu, lei..."
"Ah, peccato. Vabbeh grazie, ciao."
A chi non capita.
E' vero, ero caduta nel più classico dei luoghi comuni, ché "a pensar male si fa peccato, ma spesso..." no, stavolta no. Stavolta ci si sbaglia.

lunedì 26 luglio 2010

Ho sempre odiato giocare a Risiko


Sono stanca di indifferenze strategiche, silenzi significativi e strane decisioni logistiche. Non sto giocando a Risiko. Possibile che per avere una reazione debba studiare "L'arte della Guerra" di Sun-tzu?? NO.

Del resto si sa, l'amore è un'arte. Della guerra.





La Scelta. Di Stefano Gentile.

[Primo post. Mente vuota. Allora mi presento così, con un racconto scritto dalla persona che mi conosce meglio delle mie ex analiste (sì, sì... mi rendo conto che parlare delle mie ex analiste su un blog dal titolo "Psico(L)abile" sia di poca fantasia, ma del resto potevo dire che so... mia madre?? Una madre ti conosce nella misura in cui si rivede in te stesso, o al massimo nella misura in cui rivede l'uomo che amava, in genere il padre stesso. Il suo, non il nostro). Ispirato (a suo dire e con mio grande orgoglio) da me medesima, arrivato 15° (SU 825 racconti) ad un concorso letterario (ma sì sa che i primi posti sono sempre tutti già occupati...). Sì, ho un problema di dipendenza dalla parentesi.
Grazie Cojons. Buona lettura]

Joseph Mayer sapeva cosa doveva fare.
In quel preciso istante aveva la certezza di cosa dovesse fare
Lui doveva fare quello che doveva fare.
E non è che lo sapesse da molto, che stesse pensando da giorni a questo. Nossignori. Semplicemente gli era venuta una sorta di illuminazione.
Certo, non che questa in realtà fosse una questione spuntata dal nulla, insomma, era un affare vitale per lui, solo che, fino a quel preciso momento, non si era ancora trovato davanti ad una scelta costretta, obbligata. Sapeva da tempo che doveva dare una svolta, solo non sapeva in che modo, quale direzione, quale passo compiere prima di varcare la soglia.
Sentiva il vuoto sotto di sé, sentiva l’aria e l’emozione, o forse solo l’emozione, che lui scambiava e figurava come una folata di vento tipo maestrale, che gli sferzava la faccia. E questa lo teneva in vita, gli dava l’esatta percezione del significato stesso della vita.
Pensava che se in questo momento avesse dovuto trovare una soluzione decisiva a qualche malattia incurabile, egli l’avrebbe trovata, che se si fosse dovuto cimentare in una finale dei 100 metri alle Olimpiadi, egli avrebbe stracciato tutti, che se avesse dovuto adoperarsi per la pace in Medio Oriente, avrebbe messo tutti a tacere davanti ad un tavolo e avrebbe assistito ad una storica stretta di mano.
Questa era la percezione della sua forza. Almeno di quello che avvertiva lui, ovvio.
Eppure non era stato così fino a 10 minuti fa, anzi.
Si era sentito come spaesato, confuso, spaventato.
Avete presente quei momenti che precedono un importantissimo esame universitario? Quei tremolii, quelle palpitazioni. Oppure pensate di trovarvi di fronte ad un selezionatore che sta per decidere se assumervi o no, e voi volete fottutamente quel posto di lavoro che cambierebbe la vostra vita, ma siete uno su un milione pronti a volerlo.
Ora moltiplicate per 10, 100, 1000 volte quelle sensazioni ed avrete l’esatta dimensione di quello che Joseph Mayer aveva passato solo fino a 10 minuti fa.
Si era sentito piccolo, in balia di qualcun altro, indifeso, spaventato, giudicato.
E vedeva le facce di quelli che lo stavano giudicando, le vedeva tutte, dio solo sa quante fossero, tutte davanti a lui, tutte vestite alla stessa maniera, come un immenso plotone d’esecuzione pronto a sparare verso di lui.
Tutte con la stessa faccia che altra non era che la sua.
Come cento maschere con il suo volto.
Erano tanti Joseph Mayer che lo stavano giudicando, che aspettavano quanto lui, forse anche di più, una risposta, un movimento, un rapido sbattere di ciglia per poterlo condannare o assolvere. E, qualunque decisione avesse preso, Joseph Mayer sapeva di dover rendere conto a tutti i se stesso che affollavano quella fetida e piccola stanza.
Tutte pedine che, lui, e solo lui ora, doveva manovrare come pezzi di una scacchiera schierati, in attesa, cercando di non dover sacrificare nessuno di questi, perché fin ora lo avevano sostenuto o guidato, non sempre nella direzione giusta, certo, spesso non di comune accordo tra loro, ovviamente, ma erano state pronte a prendere una decisione al momento opportuno.
In fondo erano tutti parte di sè, fidati amici, quasi figli.

Capite quanta adrenalina scorresse nelle sue vene, ora? Riuscite ad immaginare la sua paura?
Che c’è di peggio che trovarsi di fronte a tutte le tue emozioni, a tutti i tuoi sentimenti, a tutte le tue paure, fobie, stati d’animo, a tutti i te che affollano ed albergano la tua mente e che per te decidono di volta in volta a seconda del passo da fare, prevalendo una sull’altra a seconda del momento a seconda che si sentisse più chiamata in causa una rispetto ad un’altra. O, semplicemente, che un Joseph Mayer si sentisse più forte rispetto a tutti gli altri. Roba che ti stritola le budella e te le attorciglia fino a non farti sentire più niente, come se dentro di te ci fosse un unico grande nodo che ostruisce il passaggio da un organo all’altro.
Roba da chiedere a gran voce di farla finita, vero?
E per un attimo quel pensiero di dichiarare partita persa è passato come un lampo nella testa di Joseph Mayer. Veloce.

Joseph Mayer non si era sentito tanto vivo.
Perché una decisione cruciale porta a questo, in qualsiasi direzione tu decida di andare.
Sorrise. Un sorriso sereno, ora, perchè subito dopo l’adrenalina derivata dalla scelta, sopraggiunge la quiete della certezza e la serenità ti avvolge come una coperta calda in inverno. Come un whisky davanti al fuoco.
Li guardò uno a uno, ciascuno con la propria espressione dipinta sul volto, ciascuno un Joseph Mayer diverso, ma sempre, tutto sommato, un Joseph Mayer. Aveva compassione per ognuno di loro. Amava ognuna di quelle maledette, fottute, consuete facce che l’avevano giudicato abbastanza, quelle facce che, per causa sua, si erano trovati talvolta in difetto e si erano sentiti sacrificati, mentre altre volte si erano sentite più amate rispetto a tutte le altre, più toniche, più arroganti e consapevoli di poter avere il diritto di prevalere su tutti i Joseph Mayer.
Li strinse in un ipotetico abbraccio eterno, per quanto possa essere eterno una manciata di minuti, e poi decise.
Fece la scelta.
Fece il suo movimento, perché la vita é spesso come andare in bici. Per mantenere l’equilibrio non devi smettere di pedalare.